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DOI 10.1726/3439.34282 Scarica il PDF (115,5 kb)
Riv It Cure Palliative 2020;22(3):178-183



Quando un uomo sente il mondo farsi oscuro intorno a lui, legge un libro e vede un altro mondo

CARLO PERUSELLI

Past-President SICP.

Pervenuto il 29 maggio 2020. Accettato il 10 giugno 2020.

Riassunto. Sono proposte alcune letture di libri (romanzi, saggi, biografie) i cui contenuti riguardano in qualche parte tematiche relative alla fine della vita e alle cure palliative. Le riflessioni contenute nell’articolo, che sono personali dell’autore e che non hanno obiettivi di recensione letteraria, si riferiscono soprattutto al tema della comunicazione con i malati e i loro familiari, al potere delle narrazioni e all’importanza delle parole che vengono usate, ai rituali collegati alla morte e al morire, ad alcune delle criticità affrontate nel contrasto alla pandemia da COVID-19.

Parole chiave. Suggerimenti di lettura di libri, narrazioni.

When a man feels the world getting dark around him, he reads a book and sees another world.

Summary. Some readings of books (novels, essays, biographies) are proposed, the contents of which concern somehow issues related to the end of life and palliative care. Reflections contained in the article, which are personal to the author and don’t have any literary review objectives, refer above all to the theme of communication with patients and their families, to the power of narratives and to the importance of words that are used, to the rituals related to death and dying, to some of the critical issues faced in the fight against the pandemic from COVID-19

Key words. Book reading tips, narratives.

Luciano Orsi, Direttore della Rivista Italiana di Cure Palliative, mi ha sollecitato a proporre un nuovo contributo relativo a tematiche in qualche modo collegate con le cure palliative e la fine della vita, contenute in libri che ho avuto l’opportunità di leggere in questi ultimi mesi. Le riflessioni che seguono, come ho già scritto in passato, sono del tutto personali, di un semplice lettore appassionato di libri (romanzi, saggi, biografie, ecc.) e non hanno alcun obiettivo di “recensioni letterarie”, per le quali non avrei peraltro alcuna competenza specifica.

Sono stati mesi difficili per tutti, per alcuni drammatici, e per questo credo sia opportuno iniziare con questa citazione, che mi è sembrata particolarmente adatta ai momenti che abbiamo vissuto e che stiamo ancora vivendo.

“Quando un uomo sente il mondo farsi oscuro intorno a lui,

legge un libro e vede un altro mondo”.

Michael Chabon, Sognando la luna

La difficoltà di parlare della malattia
e della morte, la congiura del silenzio

Bronja Zakelj è un’autrice slovena che ho ascoltato durante la manifestazione “Pordenone legge” dello scorso settembre 2019. In quella occasione, presentava l’unico libro da lei scritto fino ad ora (lavora come impiegata in banca), un libro che ha avuto un grande e forse inatteso successo nel suo Paese e che è stato pubblicato con grande merito da una piccola Casa Editrice friulana. Nel romanzo, Bronja Zakelj racconta le sue esperienze di bambina e poi di giovane donna che ha dovuto prima confrontarsi con una grave malattia che l’ha colpita e poi con malattie e morti dei suoi familiari, in un periodo di drammatici cambiamenti storici che hanno poi portato alla dissoluzione della ex Jugoslavia. La descrizione che lei fa della sua esperienza di malata di Morbo di Hodgkin e delle difficoltà che ha dovuto superare, per poi guarire, sono davvero toccanti.

Allora dico: “Ho paura di morire”. Oppure. “E se non si risolve?”. E allora gli altri, quasi tutti gli altri, subito fanno: “Non dirlo!”. Oppure: “Ma certo che si risolve, guarirai, devi solo essere forte”. Faccio fatica ad ascoltare queste frasi senza contenuto. So che vogliono consolarmi, ma cosa vogliono dire quelle parole senza senso? Cosa vuol dire essere forte?... So che mi vogliono bene, ma so anche che usano parole di conforto solo perché non hanno il coraggio di dire la cruda verità, perché con la cruda verità il discorso si ingarbuglia…Ma “guarirai” è per me una bugia. È l’illusione, la consolazione che non mi aiuta. E non aiuta nemmeno “non devi preoccuparti”, perché continuo a preoccuparmi e ad avere paura. Sono sola con la paura, perché non la dividono con me, non me la lasciano, non me la riconoscono. Vorrei che dicessero: “è normale che tu abbia paura. Anche noi abbiamo paura.” Vorrei che mi concedessero il diritto alla paura Perché so che solo questo può aiutare. Perché lo sa Urban [il giovane fidanzato] e lo sa la mia dottoressa. Loro due dicono. “chi non avrebbe paura?” E dicono: “Sì, di cancro si può anche morire”. Ma loro due sono quasi gli unici.”

Bronja Zakelj. “Il bianco si lava a novanta”.

Irene Nemirovsky era una giovane donna russa di origine ebraica, rifugiata in Francia con la sua famiglia dopo la Rivoluzione d’ottobre; caricata su un treno insieme ad altre migliaia di ebrei francesi nell’estate del 1942, morì pochi giorni dopo il suo arrivo ad Aushwitz-Birkenau a soli 39 anni. Soprattutto, è stata una grande scrittrice che ci ha lasciato alcuni romanzi di straordinario valore, primo fra tutti “Suite francese”, che ricorderò di seguito in un altro paragrafo, ed anche alcuni racconti di grande impatto. L’Editore Adelphi ne ha raccolto alcuni nel volume “L’orchessa e altri racconti”: in uno di questi racconti viene proposta la storia di un Procuratore Legale, malato di cancro, che si avvia alla fine della vita nel contesto sociale e culturale della Francia degli anni ’20 e ‘30 del secolo scorso, un contesto che per molti aspetti è ancora attuale ai nostri giorni.

“Adesso capiva perché gli altri avevano preso le distanze, perché da oltre un anno non aveva quasi più nemici, perché le rivalità intorno a lui si erano placate; capiva perché gli avevano fatto balenare la prospettiva di una promozione pressoché miracolosa; sapevano tutti che non avrebbe occupato a lungo la carica promessa.”

“… Senza alzare gli occhi, il procuratore disse: ’senta, sono venuto da lei perché all’improvviso mi sono reso conto… ho intravisto la verità circa il mio stato di salute…’ Il dottore smise di sorridere e chiuse ermeticamente la piccola bocca… Il procuratore si rivestì e Jeannot [il medico] si voltò dall’altra parte. ‘Senta Jeannot, lei parla da amico devoto, da medico il cui dovere è nascondere fino all’ultimo ai propri pazienti la gravità del male che lo stroncherà, ma io voglio la verità. Ho bisogno di sapere la verità. E non solo per me ma forse … per altri … Lei non può capire’…

‘Non sono all’ultimo stadio?’ ‘No, le do la mia parola’ ‘Quanto mi resta ancora per condurre l’esistenza di un essere vivente? Per permettermi i sogni, gli errori di un vivo?’ ‘Uno o due anni…’ ‘O forse due mesi?’ ‘…’No, questo no… Un anno, due, forse di più…’”

“Per una convenzione tacita e inespressa, certe parole erano bandite fra i Demestre. Pronunciarle era altrettanto inammissibile che piangere o lagnarsi in pubblico… per loro, come per il popolino, quando si diceva che qualcuno era “stanco” significava che era prossimo alla fine”.

Irene Nemirovsky. “L’orchessa e altri racconti”.

“Città sommersa” è un romanzo di una giovane scrittrice italiana, Marta Barone, che racconta la ricerca da lei fatta per conoscere una parte della storia di vita di suo padre, L.B, della quale lei non sapeva nulla e di cui lui non aveva mai voluto parlare o ricordare fino alla sua morte. I documenti e le testimonianze che l’Autrice raccoglie e ci propone nel suo libro ci riportano ad un periodo della storia italiana, quello degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, in particolare nella città di Torino, ricco di partecipazione e di grandi slanci ideali ma anche purtroppo di episodi di terribile violenza, di omicidi senza giustificazione, di profonde disillusioni. Una storia che alcuni di noi, per questioni anagrafiche e forse anche politiche, probabilmente ricordano ancora nelle sue profonde contraddizioni. È un bel libro, che nella descrizione degli ultimi mesi di vita del padre ci ripropone alcuni percorsi psicologici, quali ad esempio quello della congiura del silenzio, già descritti in passato da tanti altri narratori.

“Due anni prima che andassi a Milano mio padre era morto. Era malato di cancro al fegato… Mentre rimpiccioliva e diventava grigio come la cenere diceva a me che si trattava di una infezione, una sciocca infezione che l’aveva colpito perché era ancora troppo debole per la malattia ormai passata. Sapeva che sapevo? Probabilmente sì. E del resto non riusciva a dissimulare il suo terrore. Ma per un accordo non pronunciato avevamo continuato così fino alla fine”.

Marta Barone. “Città sommersa”.

L’importanza della comunicazione,
la potenza della narrazione,
il valore etico delle parole

Wlodek Goldkorn è un giornalista-scrittore di origine ebraica, nato nella Polonia comunista del dopoguerra da genitori scampati agli orrori della Seconda Guerra Mondiale, che vive ormai da anni in Italia. Il suo libro “Il bambino nella neve”, davvero affascinante e commovente, ci racconta, fra tante altre cose, il valore del mantenimento della memoria di chi ci ha preceduto e le difficoltà a conservarla, specie se riferita a momenti storici tanto tragici. Fra le tante cose che mi hanno colpito di questo libro, voglio proporre questa citazione sull’importanza delle parole che noi usiamo e sul loro “valore etico”. Solo per chiarezza, la lingua yiddish era quella usata da milioni di ebrei che vivevano da secoli nell’Europa Orientale, una lingua ormai sostanzialmente morta perché sono stati sterminati, durante gli anni ’40 del secolo scorso, tutti coloro che la parlavano.

“Dai poeti a Srodborow (erano poeti yiddish…) ho imparato la cura per le parole. Da loro so che le parole sono più importanti delle idee. È da come si usano le parole che si capisce chi è il parlante… La lingua è una materia etica”.

Wlodek Goldkorn. “Il bambino nella neve”.

Il potere delle parole, il loro vero significato che spesso dimentichiamo, l’importanza e il valore delle narrazioni è l’oggetto del nuovo libro di Andrea Marcolongo, una Autrice che ha avuto un grande successo editoriale soprattutto con il suo primo libro “La lingua geniale: 9 ragioni per amare il greco”. A me è piaciuta molto questa breve citazione, che sottolinea l’importanza delle storie, di come vengono raccontate e vissute, un tema che è stato oggetto di tante riflessioni anche per quanto riguarda le cure palliative.

“Grazie al potere delle parole, trasformiamo la vita in narrazioni che ci fanno sentire un poco più al sicuro e un poco meno spersi. Raccontiamo una storia: da sempre il primo istinto, il primo bisogno, degli esseri umani. Per vincere la paura del buio, dell’ignoto, dei fantasmi, della morte: non chiedono forse storie i bambini prima di addormentarsi, prima che la mamma spenga la luce?”.

Andrea Marcolongo. “Alla fonte delle parole: 99 etimologie che ci parlano di noi”.

Georges Simenon è da anni uno dei miei scrittori preferiti: un grande narratore che nei suoi innumerevoli romanzi, che l’Editore Adelphi pubblica con continuità, esplora con maestria eccezionale le vicende umane, anche nei loro aspetti più nascosti e tragici. “Il fondo della bottiglia” è un romanzo che probabilmente risentì di alcune vicende personali di Simenon, anche se lui lo negò esplicitamente, in particolare del suo difficile rapporto con il fratello, condannato a morte per aver collaborato con le SS e poi arruolato e morto in Indocina come soldato della Legione Straniera. In questo frammento del romanzo, Simenon descrive l’attività professionale del padre medico di uno dei protagonisti.

“Mio padre era carente come padre, peggio ancora come uomo d’affari, e del tutto incompetente come truffatore, ma pare sia stato un eccellente medico. Tra le sue qualità c’era che ci sapeva davvero fare con i pazienti, credo di non averne mai visto di migliori. Come sua suocera quando raccontava le storie, anche lui, quando voleva consolarti, diventava un’altra persona. La voce gli si faceva più profonda e delicata e in quei momenti sembrava rilassarsi. Ti guardava dritto negli occhi. Sapeva che avevi delle domande, capiva la tua preoccupazione. Negli anni in cui ha esercitato come medico, i suoi pazienti l’hanno sempre adorato”.

Geroges Simenon. “Il fondo della bottiglia”.

Bruno Schulz è un autore che ho conosciuto quasi per caso seguendo alcune recensioni di libri di altri scrittori. Era nato in una famiglia di ebrei della Galizia orientale, allora facente parte dell’impero Austro-Ungarico, poi diventata Polonia e oggi Ucraina. È stato un grande scrittore di prosa in lingua polacca; di lui ho letto recentemente “L’epoca geniale e altri racconti” una raccolta di racconti che deriva da alcune sue opere pubblicate negli anni a cavallo fra le due Guerre mondiali del secolo scorso. Nel 1942 venne ucciso in mezzo ad una strada da un Ufficiale della Gestapo tedesca, soltanto per spirito di vendetta nei confronti di un altro Ufficiale presso il quale Schulz lavorava, che a sua volta aveva ucciso un ebreo che lavorava per lui. Le brevi battute che si racconta si scambiarono i due Ufficiali della Gestapo ci dice molto dell’orrore di quegli anni. “Ho ucciso il tuo ebreo…” “Benissimo, ora ucciderò il tuo…”. La prefazione di David Grossman scritta per i racconti di Bruno Schulz prova a raccontarci chi era questo Autore, sottolineando ancora una volta il valore quasi magico e terapeutico che le narrazioni possono avere.

“Ufficialmente Schulz era insegnante di disegno e applicazioni tecniche, era una persona timida e molto chiusa. Agli occhi degli estranei non valeva granché… chi scriveva ‘scemenze’, come Schulz, non era tenuto in gran conto. Veniva considerato ‘segatura umana’… La classe di Schulz era composta per lo più da ragazzi con problemi di disciplina. Lui sapeva che sarebbe diventato il bersaglio dei loro scherzi… così ha avuto un’idea geniale: si è messo a raccontare storie. Racconti estemporanei, inventati lì per lì. Era come se disegnasse con le parole. Lui parlava e noi lo ascoltavamo. Raccontava con quella sua voce. E anche i ragazzi più turbolenti restavano incantati.”

Bruno Schulz. “L’epoca geniale e altri racconti”.

Il contrasto alla pandemia da COVID-19
e le espressioni “belliche” spesso utilizzate sui mezzi di comunicazione:
ma è davvero come una guerra?

In questi mesi, spesso abbiamo letto sui giornali o ascoltato alla televisione molti riferimenti alla “battaglia” in corso contro la pandemia da COVID-19. Le descrizioni di questa battaglia hanno spesso utilizzato parole e linguaggi tipici di vicende “belliche”, utilizzate solitamente per scenari molto diversi. In molti di noi, questa “narrazione” ha provocato talvolta paura, ansia e angoscia difficilmente controllabili, anche se probabilmente ha aiutato a rispettare regole rigorose e doverose di comportamento personale e sociale, che ci hanno aiutato a contenere, almeno per il momento, questa pandemia ed anche a favorire il lavoro di tanti straordinari Colleghi che erano “in prima linea in questa battaglia”. Forse, però, il racconto che tanti Autori ci hanno lasciato di cosa è stata davvero una guerra, delle sue conseguenze, dei meccanismi anche psicologici che ne hanno favorito gli orrori commessi ci può aiutare a una osservazione più lucida di quanto sta accadendo. Perché la “vera” guerra è questa…

“Nel giugno del 1941 i tedeschi occuparono Rovno, strappandola ai sovietici che l’avevano governata negli ultimi due anni… Laggiù, nel bosco di Soseniki, i tedeschi spararono e uccisero sul ciglio delle fosse, nel giro di due giorni, circa venticinquemila persone. Fra loro c’erano quasi tutti i compagni di classe di mia madre. E anche i loro genitori e i loro vicini e tutti i conoscenti e concorrenti e avversari. Possidenti e proletari, ortodossi e convertiti, tesorieri e cantori di sinagoga, macellai, comunisti e sionisti, pensatori e artisti e scemi del villaggio e circa quattromila bambini piccoli… Tutti.”

Amos Oz. “Una storia di amore e di tenebra”.

“Bisogna spaventarli, inculcargli la paura, bisogna imbottirli di paura come si fa con le oche finchè gli scoppia il fegato per fare il paté, bisogna fare in modo che quella paura fermenti e si trasformi in odio, un odio assoluto, irrazionale, sguaiato.”

Citazione da Hermann Göring, in Clara Uson. “La figlia”.

Mancavano le persone: i fratelli, le sorelle, i vicini di casa. Era scomparso ogni segno di vita: bruciate le sinagoghe, distrutti quartieri delle città, svuotati i villaggi, disfatti i cimiteri. Un terremoto. Salvo che il terremoto non c’era stato.

Wlodek Goldkorn. “Il bambino nella neve”.

La morte e il morire, la sua descrizione,
i suoi rituali

Georges Simenon aveva una straordinaria capacità, nei suoi romanzi, di descrivere in modo dettagliato la vita comune delle persone nella società del suo tempo. Spesso, in queste descrizioni, ricorrevano episodi legati alla fine della vita, dei rituali che l’accompagnavano, dei personaggi che animavano, e animano tuttora, questi momenti. Di seguito, brevi citazioni da due romanzi fra i miei preferiti.

“Appoggiato al camino, il dottor Postumus teneva la testa china. E accanto alla finestra stavano ritte due donne in nero, due vecchie che erano sempre presenti quando moriva qualcuno in città e che venivano chiamate “le becchine”. Piangevano entrambe, con il fazzoletto in mano, ed erano già vestite a lutto!”.

Georges Simenon. “Il borgomastro di Furnes”.

“Dica a sua madre che c’è la signora Tatin… sono sicura che ha sentito parlare di me… Vede, ho molta esperienza, nelle famiglie, il più delle volte, nessuno sa… io invece di veglie funebri me ne intendo: sono quarant’anni che, in pratica, non faccio altro… Forse era una suggestione, ma ad Alan sembrava che quella donna emanasse un sentore di morte, che si portasse addosso, fra le pieghe della gonna, come un tanfo di acqua santa, di ulivo benedetto, di crisantemi… La camera ardente, le candele accese ai due lati del defunto, che intanto era stato lavato e vestito, un ramoscello di ulivo in una coppa di acqua benedetta e infine la Tatin, inginocchiata nella penombra, che muoveva le labbra sgranando un rosario. Ora sì che il morto era diventato un vero morto!”.

Georges Simenon. “Il destino dei Malou”.

Ho già presentato brevemente la vita di Irene Nemirovsky e il valore delle sue opere. “Suite francese” è il suo capolavoro riconosciuto, un romanzo che purtroppo non è mai stato terminato per le vicende tragiche della sua vita e che è sopravvissuto a lei, in un manoscritto di suo pugno, attraverso vicende incredibili che da sole meriterebbero la stesura di un romanzo. Questa scrittrice aveva una capacità davvero straordinaria di descrivere vicende nelle quali spesso, attraverso i protagonisti dei suoi racconti, si ritrovavano anche le sue esperienze personali, di rapporto difficile con una madre, a lei sopravvissuta, egoista e dispotica e con un padre per il quale il denaro sembrava essere l’unico valore di riferimento. Questa descrizione della morte di uno dei protagonisti di “Suite francese” è davvero interessante.

“Per le suore, la faccenda era chiara; abituate com’erano a vegliare gli agonizzanti, sapevano riconoscere la morte da un sospiro, da un lamento, da quelle perle di sudore freddo, da quelle dita inerti. Mandarono a chiamare il curato…Questi diede comunque l’estrema unzione al signor Pericand, che parve riprendere coscienza. Uscendo dall’ospizio il curato disse alle suore che il povero vecchio era in regola con Dio e che avrebbe concluso la vita da buon cristiano… Stava morendo, ecco tutto, e bisognava farlo secondo le regole. Quest’ultimo atto, quella morte, quel testamento quante volte se li era figurati come brillante recita finale di un Pericand-Maltete sul palcoscenico del mondo. Essere stato per dieci anni un povero vecchio impotente che non sa vestirsi da solo e al quale si soffia il naso, e ritrovare d’un tratto tutta la propria importanza! Punire, ricompensare, deludere, appagare, dividere i propri beni secondo la propria volontà. Dominare gli altri. Essere protagonista”.

Irene Nemirovsky. “Suite francese”.

Eutanasia

Ancora una volta, purtroppo, anche nella descrizione di come è stata affrontata, in qualche situazione estrema, la pandemia da COVID-19 è ricomparso il tema di supposte pratiche eutanasiche, con l’ennesimo stravolgimento del significato di questa parola e di ciò che è oggetto di discussione anche nel nostro Paese. Prendo solo come esempio il titolo di un articolo comparso sul quotidiano “Il Foglio” il giorno 23 maggio 2020: “In Svezia ‘curiamo’ il COVID negli anziani con l’eutanasia” denunciano i medici. Morfina anziché ossigeno. Il dramma dell’ingegneria sociale.” Forse, conviene ancora una volta chiarire che quello di cui spesso si discute, nel nostro come in altri Paesi, quanto si parla di eutanasia nulla ha a che fare né con pratiche terapeutiche pienamente legittime, ed anzi doverose in alcuni casi, come la sedazione palliativa né con gli omicidi programmati di persone messi in atto durante il regime nazista; questi omicidi, che venivano allora praticati sotto il termine di eutanasia, riguardavano persone che naturalmente non avevano chiesto di essere aiutati a morire e che spesso non avevano altra colpa che quella di essere “diversi” dall’ideale razziale e umano imposto da quella ideologia spaventosa. Purtroppo, come ci ricordano queste brevi citazioni tratte da alcuni libri che ho letto nei mesi scorsi, a queste pratiche parteciparono anche medici e infermieri, una vergogna per le nostre professioni sanitarie che è triste ma doveroso non dimenticare.

“Il 14 ottobre giunse davanti a quella chiesetta un reparto tedesco capitanato da un medico, con dei veicoli mai visti, i Gaswagen, o “camion della morte”. A scaglioni di sessanta o settanta i malati venivano chiusi in quei veicoli, dopodichè il motore restava acceso per una quindicina di minuti, i gas di scarico venivano immessi nel furgone, la gente moriva asfissiata e veniva scaricata in una fossa. Questo lavoro andò avanti per diversi giorni, tranquillo e metodico, senza fretta, con pause obbligatorie di un’ora per il pranzo. Nell’ospedale non c’erano solo malati di mente, ma anche molte persone che curavano disturbi nervosi, e tutti furono seppelliti nelle fosse di Babij Jar”.

Anatolij Kuznecov “Babij Jar”

“Solo il medico che procedeva all’uccisione aveva il permesso di girare il rubinetto del gas. Guardava come morivano attraverso una finestrella. Dai venti ai trenta minuti. Poi aprivano la porta… All’uccisione numero diecimila nel 1940 venne distribuita birra gratis. Per tutto il personale, amministrativi, infermiere, infermieri, fuochisti e medici…Ernst Lossa, figlio di un venditore ambulante. Lo hanno ucciso in una clinica di Kaufbeuren. Non aveva alcun segno di debolezza mentale. Era bastato questo: era un diverso”.

Uwe Timm. “Un mondo migliore”.

Esistono vite che più di altre meritano
di essere salvate?

La pandemia da COVID-19 e le sue drammatiche conseguenze, soprattutto per quanto riguarda la disponibilità di risorse tecnologiche per il trattamento ventilatorio dell’insufficienza respiratoria, ha attivato una discussione molto partecipata, anche nel nostro Paese, sulle decisioni cliniche e sulle scelte che devono essere prese, soprattutto dagli anestesisti rianimatori, quando queste risorse non sono sufficienti per tutti i pazienti che ne avrebbero bisogno. La SIAARTI, Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva ha proposto alcune Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi o per la loro sospensione, raccomandazioni che hanno proposto, fra gli elementi di peso più rilevante per la scelta più o meno appropriata di sottoporre i pazienti a questi trattamenti, un eventuale limite di età o “chi ha in primis più probabilità di sopravvivenza e secondariamente a chi può avere più anni di vita salvata, in un’ottica di massimizzazione dei benefici per il maggior numero di persone”. Queste raccomandazioni sono state condivise da alcune Società Scientifiche, fra cui la SICP, mentre sono state oggetto di osservazioni critiche da parte della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici ed anche da parte di alcuni Colleghi Palliativisti. Senza naturalmente voler entrare in questa discussione, che ha già trovato spazio sulla nostra Rivista Scientifica, ho pensato di proporre, come contributo personale a questa discussione, alcune suggestioni tratte da libri che ho letto in queste ultime settimane e che mi hanno fatto riflettere.

“Appunti per un naufragio” di Davide Enia è un interessante romanzo, ambientato nell’isola di Lampedusa, che racconta quanto sta accadendo nel Mediterraneo, le traversate, i soccorsi ai migranti, i morti. Il racconto di una persona che ha partecipato ad uno di questi soccorsi ci rende partecipi delle “domande smisurate” a cui non è facile dare una risposta.

“Se hai davanti a te tre persone che stanno andando a fondo e cinque metri più in là sta affogando una madre con bambino, che fai? Dove vai? Chi salvi prima? I tre qui davanti o la madre con il neonato che stanno lì? Era una domanda smisurata”.

Davide Enia. “Appunti per un naufragio”.

Esistono davvero vite che più di altre meritano di essere salvate? Anthony Kwame Appiah insegna filosofia alla New York University, dopo averlo fatto per anni a Princeton ed in alcune delle più prestigiose Università americane. Appiah è nato a Londra, è cresciuto in Ghana ed oggi vive negli Stati Uniti: un “gay di colore”, come è stato presentato in una intervista pubblicata sul Corriere della Sera, nella quale veniva paragonato a Montaigne. “La menzogna dell’identità” è un interessante saggio, di lettura davvero piacevole, nel quale Appiah smaschera molti degli inganni identitari che ci dividono in tribù (di genere, etniche e razziali, religiose). Di seguito, una delle riflessioni contenute in questo saggio, che a me è sembrata degna di una attenzione particolare.

“…Ed è altrettanto vero che le vite di chi ha certe opportunità non sono più degne di chi non le ha. Questo non perché, ci teniamo a ribadire, esiste una scala di valori umani sui cui misurare e valutare. Ma proprio perché una tale scala non esiste. E dunque le vite dei più sfortunati non sono meno degne. Ma non perché siano altrettanto o più degne. Semplicemente non esiste un modo per paragonare le varie vite umane”.

Anthony Kwame Appiah. “La menzogna dell’identità”.

Devo ammettere che, forse per questioni anagrafiche personali, uno dei punti che mi ha provocato maggior disagio nelle Raccomandazioni di etica clinica della SIAARTI, pur nella consapevolezza ed assoluta comprensione (ho fatto quel lavoro per molti anni della mia vita professionale) del dramma di fronte al quale molti Colleghi Rianimatori si sono trovati in quei giorni tragici di inizio della pandemia da COVID-19, è stato quello della sottolineatura dell’età o della possibilità di “avere più anni di vita salvata” come criterio fondamentale per le scelte che dovevano essere fatte in condizioni di emergenza o di scarsità di risorse disponibili.

Elizabeth Strout è una grande scrittrice americana, una delle mie preferite in assoluto e della quale ho letto tutti i romanzi che in questi anni sono stati pubblicati. Ha avuto un grande successo editoriale negli Stati Uniti con “Olive Kitteridge” e ho atteso per settimane la pubblicazione in italiano del suo ultimo romanzo, “Olive ancora”, che forse è il più affascinante della sua produzione insieme a “Mi chiamo Lucy Barton”. “Olive ancora” è una serie di racconti “ad incastro”, sul modello di “Olive Kitteridge”, nei quali è presente soprattutto la progressiva consapevolezza della protagonista rispetto al proprio invecchiamento.

“Quando si invecchia, disse Olive ad Andrea dopo che la ragazza si fu allontanata, si diventa invisibili. È la pura verità. È che non conti più niente… Non credo di saperlo spiegare bene. Ma si vive pensando di essere qualcosa. Non dico in senso positivo, e nemmeno in senso negativo. Pensi di essere qualcosa e basta. E poi invece ti accorgi, e qui Olive indicò con un gesto la ragazza che aveva appena servito il caffè, che non sei più niente. Sei diventata invisibile, agli occhi di una cameriera dal deretano enorme. Ed è una liberazione”.

Elizabeth Strout. “Olive ancora”.

Elias Canetti, Premio Nobel per la letteratura nel 1981, nel romanzo autobiografico “La lingua salvata” racconta la storia della propria giovinezza, figlio di un commerciante ebreo di lontane origini spagnole. In questo romanzo Canetti descrive, soprattutto nella “magica” prima parte, i rituali e la vita di una Europa cosmopolita che non aveva ancora vissuto le tragedie delle guerre mondiali. In una pagina a mio parere fra le più belle, l’Autore descrive il pranzo di tutta la sua famiglia, che all’epoca risiedeva in Bulgaria, durante una delle occasioni importanti segnate dalla tradizione ebraica. In queste poche righe, mi ha colpito il “valore” attribuito da tutta la famiglia alla presenza e alle parole del nonno: un mondo che non esiste più?

“A capotavola sedeva il nonno e leggeva la Haggadah, la storia dell’esodo degli ebrei dall’Egitto. Quello era per lui il momento di massimo orgoglio: non solo era posto a capo dei suoi figli e generi, che gli mostravano rispetto e deferenza e seguivano ubbidienti tutte le sue istruzioni, ma lui, il più vecchio, con quella sua testa aguzza da uccello rapace, era anche il più focoso di tutti, nulla gli sfuggiva, mentre leggeva con voce cantilenante notava ogni più piccolo movimento, ogni cosa che avveniva lungo la tavola, e con un’occhiata o un gesto lieve della mano badava a che tutto si svolgesse secondo le regole. Il clima era caldo e intimo, si respirava l’atmosfera di una narrazione antichissima, nella quale ogni cosa era descritta con esattezza e trovava la sua giusta collocazione”.

Elias Canetti. “La lingua salvata”.

Noi, durante il lockdown
imposto dalla pandemia da COVID-19,
come gli abitanti della città sommersa…

Ho pensato di concludere questo mio contributo con una ultima citazione, tratta dal romanzo di Marta Barone. È il breve racconto di una città mitologica, una città sommersa che ha dato il titolo al libro: ho pensato che per me e forse per altri, la vita di quelle settimane è stata paragonabile a quella degli abitanti di Kitez, che di fronte all’arrivo dei tatari, scelsero di inabissarsi per sfuggire agli invasori. Le difficoltà che stiamo vivendo sono forse quelle di una vita che prova a riemergere dall’acqua, una “nuova” vita alla quale non sarà comunque semplice adattarsi.

“Si narra che sulle sponde del lago Svetlojar, perso nelle foreste della regione di Niznij Novgorod a nord del Volga, si trovasse la favolosa città di Kitez. Quando i tatari arrivarono per conquistarla attraverso un sentiero segreto rivelato da un traditore, la città s’inabissò nel lago e scomparve lentamente di fronte agli occhi stupefatti degli invasori. L’ultima cosa che brillò sull’acqua prima di affondare insieme a tutto il resto fu la cupola dorata della chiesa. Per dieci giorni e dieci notti i tatari cercarono invano di ritrovarla, ma invano. Si narra che Kitez viva ancora, sott’acqua, segreta, con tutti i suoi abitanti”.

Marta Barone. “Città sommersa”.

Conflitto di interessi: l’autore dichiara l’assenza di conflitti di interessi.

Bibliografia

1. Chabon M. Sognando la luna. Segrate: Rizzoli, 2017.

2. Zakelj B. Il bianco si lava a novanta. Udine: Ed. Bottega Errante, 2019.

3. Nemirovsky I. L’orchessa e altri racconti. Milano: Adelphi, 2014.

4. Barone M. Città sommersa. Milano: Bompiani, 2020.

5. Goldkorn W. Il bambino nella neve. Milano: Feltrinelli, 2014.

6. Simenon G. Il fondo della bottiglia. Milano: Adelphi, 2018.

7. Schulz B. L’epoca geniale e altri racconti. Torino: Einaudi, 2009.

8. Oz A. Una storia di amore e di tenebra. Milano: Feltrinelli, 2015.

9. Uson C. La figlia: Palermo: Sellerio, 2013.

10. Simenon G. Il borgomastro di Furnes. Milano: Adelphi, 2013.

11. Simenon G. Il destino dei Malou. Milano: Adelphi, 2012.

12. Nemirovsky I. Suite francese. Milano: Adelphi, 2018.

13. Kuznecov A. Babij Jar. Milano: Adelphi, 2019.

14. Timm U. Un mondo migliore. Palermo: Sellerio, 2019.

15. Enia D. Appunti per un naufragio. Palermo: Sellerio, 2017.

16. Appiah AK. La menzogna dell’identità. Milano, Feltrinelli, 2019.

17. Strout E. Olive ancora. Torino: Einaudi, 2020.

18. Canetti E. La lingua salvata. Milano: Adelphi, 2017.

Il Pensiero Scientifico Editore
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