Area Abbonati
LoginPassword
DOI 10.1726/3369.33454 Scarica il PDF (90,3 kb)
Riv It Cure Palliative 2020;22(2):94-97



Emergenze e crisi della presenza:
dalle Twin Towers ai nuovi virus

GIORGIO DI MOLA

Medico intensivista, anestesista-rianimatore, socio fondatore SICP.

Pervenuto il 4 aprile 2020. Accettato il 5 aprile 2020.

Riassunto. La rapida diffusione di una patologia virale estremamente contagiosa, la COVID-19, sta mettendo alla prova le sicurezze sanitarie e politico-economiche dell’intero pianeta, che si sta confrontando con una nuova emergenza. La pericolosità del virus, il suo imprevedibile e invisibile attacco, l’universale timore di contagio e di letalità portano a mettere in crisi la sicurezza e la presenza degli individui al mondo, evocando precedenti catastrofi e la sensazione di un’imminente apocalissi. Prendendo spunto dal pensiero di un noto etnologo e studioso delle religioni, Ernesto De Martino, e dalle tesi di analisti e psicologi, si ipotizza nel presente articolo, la possibilità di uscire da questa crisi emergenziale, attraverso un positivo cambiamento, possibile solo con il contributo “ecumenico” di valori comuni, costruendo un “ethos”, che potrà garantire il mondo di domani.

Parole chiave. Crisi, emergenza, virus, apocalisse, presenza.

Emergencies and crisis of the presence: from the Twin Towers to new viruses.

Summary. The fast spread of an extremely contagious viral pathology, COVID-19, is challenging the health and political-economic security of the entire planet, which is facing a new emergency. The dangerousness of the virus, its unpredictable and invisible attack, the universal fear of contagion and lethality have jeopardized the security and presence of individuals in the world, evoking previous catastrophes and the sensation of an imminent apocalypse. Taking inspiration from the thought of a well-known ethnologist and university professor of religions, Ernesto De Martino, and from the thesis of analysts and psychologists, it is hypothesized in this article, the possibility of exiting this emergency crisis, through a positive change, possible only with the contribution “Ecumenical” of common values, building an “ethos” that will guarantee the world of tomorrow.

Key words. Crisis, emergency, virus, apocalypse, presence.

I recenti preoccupanti e dolorosi avvenimenti, conseguenza di un’epidemia virale di dimensioni epocali, tentano il nostro pensiero, evocando ideologie non lontane da millenarismi storici e religiosi. Non può essere esente inoltre la nostra immaginazione da ipotizzare l’intervento di una Nemesi, artefice e responsabile di questo catastrofico male, non voluto, né atteso.

Ai tempi dello spettacolare assalto, con distruzione delle Torri Gemelle, al WTC di New York, si parlò, all’indomani del disastro, di una forma di mondo che non sarebbe più stata quella di prima, che avremmo ricavato insegnamenti – sottinteso positivi – da quella tragedia: il nostro pianeta e i suoi abitanti sarebbero cambiati. Un pensiero che è stato accompagnato, nel bene e nel male, da posizioni “complottiste”, come se quella disgrazia fosse stata la causa e non la conseguenza di comportamenti di una società, quella occidentale, che era arrivata al culmine della proclamazione della propria sovranità economica e culturale.

A ben vedere il mondo era già “cambiato”, in modo profondo e pericolosamente pretenzioso, arrogante nei confronti di gruppi sociali, nei quali erano radicati da millenni usi, costumi, tradizioni, miti e riti, che nulla avevano a che fare con l’Occidente industrializzato.

Nazioni indipendenti erano state colonizzate, letteralmente invase e dominate, per principi comprensibili solo a quella società che per definizione si riteneva più evoluta e civile, con la miserevole scusa di “esportare” la vera cultura e la raffinata educazione del nostro emisfero.

Potrà sembrare scandaloso, ma molti hanno visto l’immane tragedia dell’abbattimento delle Twin, come il segno di una spinta positiva al cambiamento, un campanello d’allarme alla cosiddetta civiltà occidentale, che tronfia della sua supremazia si sentiva libera, degna e pronta a dettare lecitamente le sue norme al resto del mondo.

È difficile non porsi la domanda se la “hybris” del nostro emisfero non avesse colmato il vaso, facendone scaturire le reazioni che abbiano conosciuto, rappresaglie, terrorismo guerre intestine e di religione, che ancora stiamo subendo.

Nulla di nuovo sotto il sole, dirà qualcuno. Non è forse tutto questo il più comune movente degli innumerevoli conflitti tra le popolazioni, dalla notte dei tempi? Anche se la risposta è scontata questo non ci esime dall’interrogarci sulla incredibile reiterazione di violenze, che la storia dell’umanità annovera nelle sue cronache, senza peraltro essere riuscita a mettere in guardia le popolazioni e immunizzarle dalle catastrofiche conseguenze, di cui siamo stati consapevoli oggetti.

Se per “nuovo mondo”, a proposito dell’attentato dell’11 settembre, si è intesa quella costante e fobica attenzione all’altro da noi, quelle misure - rivelatesi molto fragili – di protezione, i controlli capillari ai confini, le cabine di pilotaggio degli aerei blindate, i blocchi di cemento all’inizio delle strade più frequentate, le sanguinose e ingiustificabili rappresaglie sul suolo “nemico”, la presenza di soldati in varie regioni del pianeta per “mantenere la pace”, come è stato possibile chiamare tutto ciò “cambiamento”, o peggio una “conquista di civiltà”, che ha migliorato la nostra e l’altrui condizione di uomini e donne?

Gli insegnamenti di questa tragedia, anziché svilupparsi nel senso di una comprensione della crisi alla quale stava andando incontro un mondo, dominato dalla presunzione di aver trovato degli equilibri politici ed economici, delle soluzioni valide universalmente e da dettare e imporre alle culture ritenute più deboli, hanno dato seguito a reazioni scomposte, caratterizzate da manifestazioni muscolari, fautrici di azioni violente giustificate da fanatismi religiosi e nazionalistici.

A fronte di simili “cambiamenti” e delle sofferenze che tali tragedie producono nel gruppo sociale, non ci si può esimere da questioni esistenziali, come quelle che abbiamo esaminato a proposito dell’esegesi del male e delle relative colpe dell’umanità. Il percorso tracciato nel mio precedente contributo (www.ricp.it/articoli.php?archivio=yes&vol_id=3322&id=32925), alla luce dei recenti avvenimenti, con la manifestazione della pandemia COVID-19, appare di drammatica attualità.

Oggi, come ieri a proposito della caduta delle Twin Towers, si prevede o addirittura si auspica uno di quei “cambiamenti” epocali, che dovrebbero orientare la nostra società, i suoi componenti, e non solo, tutto il mondo verso atteggiamenti e costumi migliori. Pare sia una sensazione generalizzata e di grande impatto emotivo, in senso positivo, ovviamente.

Nelle passate riflessioni non ho mai parlato in prima persona e sento di doverlo fare in questa occasione, in quanto mi rendo conto che i pensieri che sto per esprimere non possono che avere una valenza fortemente soggettiva, data la contemporaneità di questa emergenza che ci vede tutti coinvolti e di cui non possiamo ancora fissare dei limiti.

Facevo all’inizio riferimento ai “millenarismi” e alla “nemesi”. Il millenarismo (dal latino millenarius) è la credenza nell’arrivo di una fondamentale trasformazione della società, dopo la quale “tutto sarà cambiato”. Il millenarismo esiste in varie culture e religioni, con diverse interpretazioni su cosa costituisca questa trasformazione. Questi movimenti credono in un radicale cambiamento della società dopo un grande cataclisma o un evento trasformativo. Per ciò che riguarda l’attuale pandemia è probabile che stiano gongolando gli adepti del (più che discutibile) pensiero millenarista, ricordandoci alcune scritture religiose, come quella che diceva: “...È la rivelazione di una pace millenaria ormai vicina: la pacificazione del mondo che sta andando incontro a tante tribolazioni, [...] dopo che saranno passati settecento anni dalla morte dell’anticristo che sta per venire, e cioè quando il mondo arriverà intorno all’anno 2000, questa santità comincerà a diminuire: tornerà a crescere la rilassatezza tanto nel clero quanto nel popolo e nei religiosi...”1.

Si può ipotizzare che gran parte della popolazione possa essere suggestionata da un nuovo millenarismo, molto probabilmente senza conoscerne gli aspetti culturali e religiosi, come quelli di cui parlano gli antichi testi, nel senso di aspettarsi il “cambiamento”, chiedendosi – posso supporre – perché il nostro enorme “pandemico” gruppo sociale si meriti questa “punizione” e, di conseguenza: perché non dovremmo, una volta subìto e superato il nefasto momento, non godere di una ricompensa, un premio sotto forma di un universale pacificazione, insegnataci da una didattica del male e del senso di colpa. A chi ha avuto la pazienza di leggere le mie precedenti riflessioni non sarà sfuggita la coincidenza, una sorta di “sincronismo” direbbe Jung, con le considerazioni sulla visione mitologica della questione, dove si rifletteva sul Fato, il destino dell’umanità, e la Nemesi, che lo regola non solo per i mortali, ma anche per gli dei. Come avrebbero affrontato gli antichi un presentarsi e un dilagare del male di tali proporzioni?

Non è difficile trovare nei testi di storia e nelle composizioni epiche le informazioni sulla diffusione di malattie infettive e la descrizione dei loro effetti, fisici e di comportamento. Dalle narrazioni mitiche, come quella di Tucidide, alle cronache romanzate come quella del Manzoni, sembra potersi dedurre un comune denominatore, un’aura che pervade gli avvenimenti, che si può definire “apocalittica”, foriera cioè di un messaggio, di un’escatologia improntata dal massimo pessimismo, come una premonizione di una possibile “fine del mondo”. In tutte le narrazioni questa escatologia, anche se non espressamente vista come fine del pianeta che ci ospita, mantiene la sua tragicità di “apocalisse” se non dell’umanità tutta, dei suoi contenuti culturali, quelli che ne fanno un insieme omogeneo e solido, ricco di difese e di possibilità di mantenere la propria presenza, il proprio Dasein (esserci) nel mondo. Uso qui il termine “apocalisse” non nel senso letterale di “rivelazione” (da apokalipsis = scoperta o disvelamento), ma nella sua più comune accezione di grande calamità o succedersi di eventi disastrosi, sino all’annientamento. Ma insieme nasce l’idea di una ricostruzione pacifica e di una resurrezione gloriosa dalle macerie della dissoluzione.

Questo annichilimento dell’umanità di fronte al pensiero e alla manifestazione di eventi catastrofici, spesso naturali, come terremoti, inondazioni o epidemie, che lasciano sgomenti e svelano l’impotenza di ogni mezzo per prevenirli e l’inefficienza degli strumenti per farvi fronte, è analizzato ed esposto magistralmente in uno dei contributi etnologici più complessi e profondi di Ernesto De Martino, del cui pensiero ho riferito in precedenti considerazioni. Voglio qui citare in particolare un corposo saggio, rinnovato e recentemente dato alle stampe, con chiose e ricche introduzioni dall’Editore Einaudi2.

De Martino nel 1964 partecipa ad un convegno il cui tema è “Il mondo di domani” con due interventi, il primo, di cui riporterò alcuni passaggi è intitolato “La fine del mondo”. Poco dopo l’introduzione l’autore sostiene che, a suo parere, c’è la consapevolezza di un mondo che “può”, ma “non deve” finire. Queste le sue parole: “Per un verso il mondo, cioè la società degli uomini attraversata da valori umani e operabile attraverso questi valori, non deve finire, anche se – e proprio perché – i singoli individui fruiscono di una esistenza finita; per un altro verso il mondo può finire, e non tanto nel senso naturalistico di una catastrofe cosmica che può distruggere o rendere inabitabile il pianeta terra, ma proprio nel senso che l’umana civiltà può auto annientarsi, perdere il senso dei valori intersoggettivi della vita umana, e impiegare le stesse potenze del dominio tecnico della natura secondo una modalità che è priva di senso per eccellenza, cioè per annientare la stessa possibilità della cultura.”

Mi rendo conto che può essere poco comprensibile questa argomentazione, se non ricordando che De Martino usa la definizione di “umanità civiltà” come “potenza formale di far passare nel valore ciò che in natura corre verso la morte”3. In questa sede, come specifico strumento culturale per tentare di dominare la natura, viene evocata la “techne” – il “dominio tecnico della natura” – uno strumento che in quanto messo a rischio dal crollo dello stesso “ethos” culturale che lo condiziona e lo sostiene, si rivolge contro sé stesso. “Se dovessi individuare la nostra epoca nel suo carattere fondamentale – continua De Martino – direi che essa vive, come forse non è mai accaduto nella storia, nella drammatica consapevolezza di questo ‘deve’ e di questo ‘può’, nell’alternativa che il mondo ‘deve’ continuare ma che ‘può’ finire, che la vita deve avere un senso, ma che può anche perderlo per tutti e per sempre, e che l’uomo, solo l’uomo, porta intera la responsabilità di questo ‘deve’ e di questo ‘può’...”. Ed è in questo “può” che l’umanità deve alimentare la stessa fiducia che la civiltà ha da sempre riposto nella potenzialità di strumenti culturali atti a superare l’angoscia del non essere più al mondo, che cresce tanto più quanto più ci si sente costretti a sopravvivere al caos, in cui l’umanità è gettata dall’invasività della morte.

Da sempre questo è avvenuto con l’articolazione precisa di espedienti tramandati dalle culture tradizionali, che sono stati analizzati in profondità dall’etnologia e dall’antropologia. Tuttavia, riprendendo le osservazioni di De Martino, quella “responsabilità” di far continuare il mondo, verso un “nuovo mondo”, e la nostra sopravvivenza come “esserci” in questo contesto, appare vacillare e venir meno a fronte di episodi come quelli dell’attuale pandemia, proprio perché quel disordine insostenibile che ha invaso i nostri abituali ritmi – rituali – di vita sta frantumando molte nostre sicurezze, proprio come all’indomani della caduta delle torri. La metafora del terrorismo, di un nemico invisibile a proposito di ciò che ci minaccia oggi è fin troppo scontata, ma il paragone può servirci a marcare qualche evidente differenza e soprattutto qualche analogia con la falsa aspettativa di un insegnamento che ci farà migliori.

È quello che pensano due profetici studiosi, Miguel Benasayag e Gerard Schmit, psicoterapeuti, convinti che “nel nostro inconscio collettivo si è insinuata una coscienza ferita che vive sotto il segno dell’emergenza”. D’altronde già Walter Benjamin negli anni ‘40 scrisse che “lo stato di emergenza in cui viviamo è la regola”, un’emergenza che continua ai nostri giorni e che si insinua nella gestione ordinaria dei fatti sociali. Oggi si cerca sempre di “rimediare alle emergenze senza avere il tempo di programmare e pensare”. Alla luce di questo assioma gli autori sopra citati svolgono il tema della minaccia, in funzione della quale la cultura è oggi condizionata da un’educazione non più fondata sul desiderio – “desiderare il mondo” – ma sul timore delle future minacce che il mondo presenterà. Gli autori ritengono che “i principali sconvolgimenti e l’emergere di nuovi modi di vivere, positivi o negativi, intervengono in generale senza che ce ne rendiamo conto, o almeno senza che riusciamo a intuirne l’importanza. Questi cambiamenti possono essere individuati chiaramente solo in un secondo tempo”4.

Lo scenario che oggi presenta la vita di milioni di persone, obbligate a difendersi dalla minaccia di una malattia altamente contagiosa e potenzialmente letale, con strumenti e comportamenti del tutto simili a quelli messi in atto quando ancora la scienza e i progressi della medicina non potevano neppure lontanamente essere assimilati agli odierni, è l’aspetto della pandemia che lascia più sgomenti e dà la misura dei nostri limiti di fronte ad un evento naturale.

Il mio contributo portato su un organo di una Società scientifica medica che si occupa di cure palliative e di fine vita non può, a questo punto, esimersi da tentare una riflessione che riguardi il rapporto della “palliazione” con questa epidemia. L’aspetto più destabilizzante è a mio parere l’impossibilità di contatto che si è presentata già dalle prime avvisaglie della virulenza del contagio. La prossemica che è uno dei supporti principali per la persona gravemente malata è stato il primo e più inamovibile approccio, negato ai malati e ai parenti, almeno in ambito di ricovero. All’albore delle cure palliative, quando le cure venivano portate esclusivamente al domicilio, ciò non sarebbe avvenuto e una maggiore diffusione dell’assistenza a casa, proprio quella promossa e sviluppare da e per le cure palliative, avrebbe potuto oggi evitare di rendere ancor più doloroso il distacco dai propri cari. Sotto questo aspetto il movimento delle cure palliative costituisce e costituirà, con gli opportuni miglioramenti, un esempio di come si possano e debbano affrontare gli aspetti clinicamente più critici, emergenze di questo tipo. Tuttavia, non è pensabile che oggi, a fronte del numero elevato di malati, soprattutto anziani, colpiti da una patologia tanto letale, l’intervento dei servizi di cure palliative possa essere in grado di assorbire ed esaudire le esigenze di pazienti e familiari. Anche in questo campo occorrerebbero percorsi differenziati e riservati per familiari e operatori, adeguati dispositivi di protezione individuale e il distanziamento soprattutto per medici, infermieri ed eventuali volontari.

Ma non sono queste le considerazioni più in linea con il taglio antropologico e culturale che mi preme di dare ai miei contributi e, per riprendere il filo del discorso, a proposito del fastidioso mandato della distanza fisica, alla quale tutti siamo tenuti e, a quella più insopportabile, tra una persona morente e i suoi cari, credo che le ferite inferte da questa situazione e le conseguenti cicatrici, quando si formeranno, dovranno trovare una loro soluzione in modi di elaborazione molto lontani e del tutto anomali, rispetto a quella indispensabile ritualità, alla quale abbiamo da sempre affidato l’elaborazione dei nostri lutti. Forse questo è il momento più drammatico e rischioso per l’integrità psichica dei sopravvissuti: la privazione forzata di un percorso, laico o religioso, che accompagni verso la consapevolezza di essere ancora vivi a chi è morto, malgrado l’enorme difficoltà di recepire l’assenza della presenza del defunto. Per questo sarà necessario prepararsi a nuovi atteggiamenti, diventeranno allora davvero indispensabili dei “cambiamenti”, di cui ora, come affermavano gli autori citati, non siamo in grado di valutare la portata, né le modalità di manifestazione. Di una cosa siamo certi: esiste una sorta di “rimozione sociale” delle minacce che ci hanno afflitto e che ci affliggeranno. “Ogni giorno siamo letteralmente bombardati da informazioni apocalittiche […] veniamo a conoscenza delle catastrofi e delle minacce attraverso una serie di informazioni diffuse dai media e regolarmente l’opinione pubblica si inquieta e grida allo scandalo, facendo aumentare la paura che diventa più generalizzata. Ma, a poco a poco, anche se continua a costituire una minaccia, la catastrofe smette di essere di attualità, o passa in secondo piano grazie all’arrivo di una nuova minaccia. È così che le nuove minacce vengono accettate, diventando parte integrante dell’orizzonte normale, o per lo meno normalizzato, della nostra quotidianità”. Come però sappiamo dalla psicologia il rimosso, in particolare questo rimosso sociale, può ritornare causando nuove sofferenze, come quelle che bussano oggi alla nostra porta.

Sigmund Freud ne “Il disagio della civiltà” rifletteva sul fatto che noi umani siamo disposti a rinunciare a un po’ della nostra libertà, in cambio di una certa sicurezza, che secondo alcuni, deriva dalla paura di soffrire a causa delle forze della natura5. E la massima sofferenza, in un mondo come quello attuale, dove sembra che tutto sia possibile, dove il massimo sviluppo della tecnica ci porta a credere nella possibilità di “staccare la nostra identità dal nostro corpo, per trasferirla su un dispositivo elettronico e così darle una vita eterna”6, è sempre più l’idea che la vita finisca e, se la “techne” non sa rendere il corpo immortale, “vuol dire che qualcosa nella macchina che dovrebbe regolare tutto” si è inceppato. Là dove fallì Orfeo, che aveva capito che non era possibile riportare Euridice tra i vivi (“meglio il tenero ricordo”), dovrebbe allora trionfare la tecnica?

Ripetiamo sempre che il mondo, nel quale viviamo, questo mondo ora messo ancora una volta alla prova dei suoi limiti, è il migliore dei mondi possibili, di tutti quelli di cui conosciamo l’origine e l’evoluzione nel corso dei tempi e lo è, necessariamente, malgrado la diffusa sensazione di qualcosa che ha portato a una sorta di punto di “saturazione”, con le dolorose conseguenze che stiamo vivendo, come se si stessero per ribaltare le logiche a noi più familiari. Ci stiamo affidando alla scienza e alla politica, che pare ascoltare come mai prima d’ora la scienza e riportare le sue conclusioni anche per chi ne ha meno fiducia. Quella scienza che, come ricorda De Martino, si è a volte rivelata e può ancora rivelarsi come un “tecnicismo moralmente indifferente”, così come lo è stato nella guerra nucleare, o in molti altri aspetti non meno inquietanti e spettacolari, tanto da farci trascurare un problema centrale: la necessità di fondare un sistema di ideali e di valori che domini la cultura adeguato “all’intero pianeta terra che oramai gli astronauti contemplano dalle solitudini cosmiche… con tutta la ricchezza delle sue memorie e delle sue prospettive”2.

È un pensiero unificante, affatto positivo, che si contrappone decisamente alla negatività, ai pessimismi apocalittici di avvisaglie di una “fine del mondo”, perché, come conclude De Martino: “...raccogliendo in una consapevole ecumenicità di valori comuni la originaria dispersione e divisione delle genti e delle culture, il mondo che ‘non deve’ finire uscirà vittorioso dalla ricorrente tentazione del mondo che ‘può finire’ e la fine di ‘un mondo’ non significherà la fine ‘del mondo’, ma, semplicemente ‘il mondo di domani’ ”2.

Bibliografia

1. di Rupescissa G. Vademecum in tribulationem. Milano: Vita e pensiero ed., 2019.

2. De Martino E. La fine del mondo. In: Charuty G, Fabre D, Massenzio M (a cura di). Contributo all’analisi delle apocalissi culturali. Torino: Giulio Einaudi ed., 2019.

3. De Martino E. Morte e pianto rituale nel mondo antico. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria. Torino: Bollati Boringhieri ed., 2008.

4. Benasayag M, Schmit G. L’epoca delle passioni tristi. Milano: Feltrinelli ed., 2007.

5. Freud S. Il disagio della civiltà. Prato: Piano B ed., 2009.

6. Esposito R. Bios, biopolitica e filsofia. Torino: Einaudi ed., 2004.

Il Pensiero Scientifico Editore
Riproduzione e diritti riservati  |   ISSN online: 2532-9790