DOI 10.1726/3076.30699 Scarica il PDF (269,1 kb)



Frattali e mitologie moderne

Fractals and modern mythologies

Giorgio Di Mola

Medico anestesista-rianimatore. Socio Fondatore SICP

Corrispondenza a: Giorgio Di Mola; E-mail: giorgio.dimola@alice.it

Abstract

L’importanza dei miti e dei riti in un recente passato, dimostrata dalla loro efficacia nei momenti di crisi, come l’approssimarsi della morte o il decesso di una persona cara, ha gradualmente lasciato spazio ad atteggiamenti improvvisati, che poco hanno a che vedere con la ritualità tradizionale. Da ciò l’analisi critica in questo articolo delle mitologie moderne e comportamenti, quest’ultimi spesso simili nella loro forma alle strutture “frattali”. Si conclude sottolineando quanto i processi di secolarizzazione e la caduta delle ideologie abbiano influito sull’immagine della morte “naturale” e auspicando la nascita di una moderna didattica della morte.

Abstract

The importance of myths and rites in a recent past, demonstrated by their effectiveness in times of crisis - as the approach of death or the death of a loved one - has gradually given way to improvised behaviors, which have little to do with the traditional rituality. Hence the critical analysis in this article of modern mythologies and behaviors, the latter often similar in their form to "fractal" structures. He concludes by underlining how the processes of secularization and the fall of ideologies have influenced the image of "natural" death and called for the birth of a modern death teaching.

Frattali e mitologie moderne

La ricerca citata nel precedente articolo ha mostrato che gli strumenti culturali per far fronte ai disagi causati dall’approssimarsi della morte sono limitati e che vi è una certa improvvisazione nell’approccio a un percorso “rituale” efficacie. Le occasioni di attingere alla memoria di tradizioni, oramai moribonde, come i miti che le mantenevano vive, sono sempre meno frequenti. Per questo motivo nascono forme di contenimento spontanee, reazioni istintive, invenzioni del tutto individuali, quasi private, che nulla hanno a che fare con lo “scambio simbolico”, il dono, o la “mitologia dei “riscatti”, proprie di comunità arcaiche.

La più evidente differenza di comportamento tra oggi e un passato non tanto remoto a fronte di eventi critici è l’imporsi dell’individualismo e dell’improvvisazione, che portati al limite possono produrre modelli confusi, “caotici” di comportamento, simili e non in contrasto o in sano conflitto con quel disordine che produce l’approssimarsi della morte.

La lente critica di una teoria sociale porta ad avvicinare questi comportamenti a strutture che sono state definite “frattali”. Un frattale – dal francese fractal e dal latino frangere (spezzare) – è una struttura geometrica irregolare che può essere suddivisa in elementi, ciascuno dei quali riproduce approssimativamente l'intero oggetto. Ogni frattale è caratterizzato dalla capacità di riempire lo spazio in cui è immerso. La natura produce molte forme simili ai frattali. Ad esempio, in un albero come l'abete, ogni ramo è approssimativamente simile all'intero albero e ogni rametto è a sua volta simile al proprio ramo, e così via [1].

Le reazioni impulsive connesse a circostanze “imbarazzanti”, o comunque emotivamente “scomode”, si sviluppano e si comportano come “frattali”. Per esempio, l’applauso che scocca alle cerimonie religiose, funerali e matrimoni, e ai talk-show, ad ogni affermazione, pro o contro una qualsiasi opinione ed emozione.

Ciò che non molto tempo fa era accompagnato dal silenzio, che significa rispetto riflessivo sul mistero della morte e dolore per l’assenza, la perdita del caro defunto, o la partecipazione profonda e sentita al matrimonio – vissuto come importante rito di aggregazione – è seguito ora da uno sfogo chiassoso, che ha il senso di mascherare l’imbarazzo e colmare il vuoto, causato da emozioni che non si sanno gestire, o – come nel caso dei talk-show – opinioni che non si sanno esprimere. L’applauso e altre manifestazioni che accompagnano questi eventi si generano proprio come un frattale che riempie il vuoto, in cui è immerso e dove si riproduce.

“I palloncini bianchi, rosa e viola a forma di cuore e le note dolci della ninna-nanna di Jovanotti ‘Per Tè al suo arrivo, lo striscione da stadio con i caratteri usati dagli ultrà. I fumogeni e i fuochi d’artificio sparati sul cielo all’uscita del feretro.” (Alessandra Ziniti, L’addio a Desy una bara bianca e i fuochi d’artificio, La repubblica, pag.16, 31 ottobre 2018)

Si deve comunque prendere atto che queste manifestazioni possono creare quel senso di collettività, altrimenti perduto, che permette di organizzare un fronte comune verso ciò che non si riesce pienamente a comprendere o ad esprimere. Il comportamento del gruppo produce infatti una sorta di rito, forse poco accettabile dal punto di vista estetico, ma obiettivamente efficace, dato che permette agli astanti di superare l’imbarazzo e il silenzio doloroso della morte, che è in definitiva uno degli scopi della ritualità.

Nel proseguire è necessario tener presente che simili considerazioni possono far emergere un’anomalia, che può pregiudicare una stima obiettiva dei fatti. Dovendo, infatti, valutare le variabili che oggi intrudono negli atteggiamenti più comuni quando si presentano situazioni di crisi, è facile cadere in una “laudatio temporis acti”, uno sguardo nostalgico al passato, che orienta verso un giudizio morale: una sorta di metro di confronto inquisitorio sul nostro presente.

Volgere uno sguardo al passato è ineludibile, ma acquista maggior valore se attraverso una storiografia obiettiva si è in grado di verificare l’effettiva evoluzione di alcune forme di comportamento e le loro conseguenze sul presente.

Esaminando i modi di morire, si sottolineava la singolarità di ogni percorso che conduce alla fine della vita e quell’ “eccellenza” che distingue i vari sistemi per affrontare la morte. Si deve però rimarcare che la nostra osservazione si è rivolta alla persona umana nella condizione di “malattia” e di malato, considerando la malattia non una variabile biologica, ma culturale. Tutti moriamo infatti “biologicamente” allo stesso modo, ma ognuno muore a suo modo, così come a suo modo ha vissuto, dato che è l’universo proprio del morente, la comunità che lo circonda, che influenza il suo personale modo di pensare, la sua personale visione del mondo, da cui le diverse “forme”, i diversi passaggi che segnano il percorso del morire nelle culture.

Questo modo di procedere incontra grossi ostacoli quando ci si trovi a dover fare i conti con l’immagine della morte e del morire nella società odierna. Già il concetto di immagine oggi riporta più che ai contenuti di una personale visione del modo di vivere e morire, al concetto di forma, di “estetica”, che domina il mondo dell’immagine e dell’immaginazione. Se ci riferiamo per esempio a ciò che oggi un giovane o un adolescente può associare all’immagine della morte è difficile che colleghi il suo pensare a una morte per malattia, che risulta lontana, non attuale. Inoltre, questo modo di morire viene rifiutato, o rimosso, perché meno bello o eroico, rispetto a una morte figurata e possibile a seguito di tante sfide, che appaiono sui social e altri media.

Dobbiamo prendere atto delle profonde e rapide trasformazioni della società e ricordare quanto abbiano contato il crollo dei miti e della ritualità tradizionale, sulla progressiva secolarizzazione della società. La scomparsa delle ideologie e dei classici riferimenti esistenziali (patria, famiglia, società), ha contribuito a svuotare quelle aree di “azioni” edificanti, una volta private di quei valori.

All’assenza di esempi edificanti, quelli per intenderci dei santi, martiri ed eroi, si è sostituita una mitologia “pop”, dove domina la figura del “super-eroe”: invincibile e immortale. Inoltre alla classica “Ars Moriendi”, al “memento mori”, fa da contraltare un modello “pop” di ars moriendi, che si caratterizza per una forma “amnesica” o, da un’altra parte, spettacolarizzata della morte. Il limite viene svuotato dal suo significato di confine – all’interno del quale ogni avvenimento ha senso e valore proprio perchè pertinente alle reali potenzialità umane – e viene sfidato con i miti della ricchezza, della forma fisica ed estetica, che portano ad affrontare competizioni con regole impossibili da seguire per la maggior parte delle persone.

La generazione del “no limits”, è chiamata a sfide, per così dire, interne, “private”, come in un “fight club”  [2], dove nella partita non vi sono altri giocatori se non la propria paura (mancanza di) e il coraggio nell’avvicinarsi e sfiorare la morte. La morte non è rimossa, ma esiste come temporanea spettatrice, insieme agli altri comuni spettatori, che inorridiscono alle dimostrazioni di ragazzi penzolanti nel vuoto, appesi solo per le falangi, al volo di chi si lancia da pareti a picco, sostenuto da una tuta alare o alle notizie di adolescenti che partecipano a giochi “social”, dove la regola è compiere azioni che, attraverso diverse tappe, avvicinano all’atto che sfiora la morte o che causano la morte stessa. Alla fine, come nel Blue Whale, la morte riprende il suo ruolo, e riappare a chi l’ha sfidata vanificando la sua paura, perché – come si legge in un post di un’adolescente vicina all’ultimo passo – si arriva alla convinzione di essere solo dei “progetti sbagliati”. O delle forme astruse? Dei “frattali”, manipolati dalla velocità del WEB?  [3]

In una società “liquida”  [4] la velocità è la vecchiaia del Mondo, come sostiene il filosofo Paul Virilio  [5] e l’insufficiente acculturazione sta rendendo difficile mantenere un adeguato livello di civilizzazione, ossia una civile cooperazione. Da ciò la patologica competitività, che nasce per vincere le frustrazioni originate da una società consumistica, che non presenta obiettivi soddisfacenti, al di là di un consumismo sfrenato, alla base del quale sta l’accumulo ad oltranza di ricchezze materiali.

Il dinamismo dell’attuale società rischia di rendere più accettabile e “comune” la prospettiva di una morte violenta, improvvisa, attentamente programmata da “curatori” o cercata attraverso confronti casuali, che non necessitano quindi di riti strutturati e appaganti.

Se, come molti segnali lasciano intendere, la nostra collettività avrà bisogno di recuperare l’idea e la possibile realizzazione dell’immagine di una morte “naturale” – una “senile eutanasia” con la sua potenza critica verso la sfida al limite  [6] si potrà pensare di strutturare anche una moderna didattica della morte. Il problema sarà come organizzarla e svolgerla in modo “laico”, per esempio affidandola o recependo le esperienze di chi ha scelto di seguire e curare i morenti, che a loro possono trasmettere disposizioni e necessità.

Bibliografia References

[1] Benoit B.M., Gli oggetti frattali, forma, caso e dimensione, Pignoni R. a cura di, Einaudi, 1987.

[2] Palahniuk C., Fight Club, Arnoldo Mondadori, 2003

[3] 3. Blue Whale

[4] Bauman Z., Modernità Liquida, Laterza ed., 2011.

[5] Virilio P., Velocità e politica, Multhipla, 1982

[6] Fuchs W., Le immagini della morte nella società moderna, Einaudi, 1973

Il Pensiero Scientifico Editore
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