DOI 10.1726/3076.30694 Scarica il PDF (328,2 kb)



Leggere libri per sapere curare meglio

Carlo Peruselli

Medico palliativista, Past-president SICP (Società Italiana di Cure Palliative)

Corrispondenza a: Carlo Peruselli; E-mail: carlo.peruselli@gmail.com

Introduzione

Cari lettori, Luciano Orsi, il Direttore di RICP, visti i molti riscontri positivi di un mio precedente e analogo contributo, mi ha chiesto anche quest’anno di segnalare alcuni romanzi o saggi che ho letto negli ultimi mesi e che, come quelli segnalati in passato, mi hanno colpito per la qualità dei loro contenuti, naturalmente se collegati in qualche modo con le tematiche del fine vita e delle cure palliative. Ribadisco che quelle che seguono sono soltanto segnalazioni e riflessioni del tutto personali, di un medico palliativista “appassionato semplice” di letteratura.

Il potere della parola, delle narrazioni

Noi sappiamo quanto sia fondamentale, in tutti i rapporti di cura ma soprattutto nelle cure palliative, il ruolo delle “parole”, di come vengono dette, dei loro significati e dell’importanza e del potere talvolta quasi “magico” delle narrazioni.

Giulio Guidorizzi è professore di Letteratura greca e Antropologia del mondo antico nell’Università di Torino. Nel suo ultimo bel libro, “Ulisse, l’ultimo degli eroi” [1], Guidorizzi rivisita una storia ben nota a tutti noi, quella di Ulisse e del suo peregrinare nel Mediterraneo per cercare di tornare ad Itaca, con una grande capacità di scoprire dettagli e punti di vista nuovi di una vicenda e di un Poema che è parte fondamentale della nostra cultura e storia. Raccontando dello sbarco di Ulisse nell’isola dei Feaci, descrive in modo mirabile quanto siano importanti le “storie” per la vita delle persone, e quanto sia fondamentale il modo di raccontarle e di ascoltarle

“I Feaci avevano atteso soltanto che arrivasse il tramonto per radunarsi nel palazzo del re, dove l’uomo (Ulisse) raccontava le sue storie fino a notte fonda. Non avevano mai sentito nessuno parlare come lui, interi mondi si aprivano davanti ai loro occhi, incredibili, veri, falsi, non importa, scivolavano via come le nubi s’inseguono traslucide nel cielo… Tutti attorno allo stesso mare, ma così diversi, imprevedibili. Eppure esistevano. O forse erano solo racconti, ma che importava?” 

I greci, e più in generale i popoli dell’antichità, tenevano in gran conto il “potere” della parola in rapporto alla realtà. Matteo Nucci è uno scrittore che già in passato aveva scritto un saggio molto interessante sulla cultura della Grecia antica, “Le lacrime degli eroi”. Nel suo ultimo libro, “L’abisso di Eros” [2], Nucci racconta in modo affascinante i miti collegati a questa antica divinità e il ruolo fondamentale che avevano nella cultura greca la seduzione e l’amore, anche attraverso gli scritti che ci hanno lasciato a questo proposito grandi filosofi come Socrate e Platone. Gorgia, uno dei più famosi sofisti greci, ci ricorda in una delle pagine del libro il “potere” della parola:

“La parola è un grande sovrano, che con un corpo piccolissimo e invisibile compie imprese massimamente divine: sa calmare la paura, eliminare il dolore, suscitare la gioia, sollevare la pietà” 

Andrea Marcolongo, una giovane scrittrice che ha avuto un grande successo editoriale con il suo precedente libro “La lingua geniale”, sottolinea questo potere della parola con grande forza nel suo ultimo romanzo “La misura eroica: il mito degli Argonauti e il coraggio che spinge gli uomini ad amare" [3] :

“Gli antichi credevano ci fosse perfetta coincidenza fra significante e significato, tra nome e realtà grazie al potere di nominarla – alla forza dell’esistenza di una parola per dirla… Come diceva Platone, le parole hanno il potere di creare, di formare la realtà – parole reali che hanno effetti altrettanto reali sul nostro presente”

La consapevolezza del potere, anche seduttivo, delle parole che utilizziamo dovrebbe però farci riflettere anche sul loro potenziale potere distruttivo. Lucia Berlin è una scrittrice americana, morta alcuni anni fa, che ha avuto una vita complessa e travagliata che spesso emerge con forza straordinaria nei suoi racconti. Recentemente, è stato pubblicata postuma una seconda raccolta di racconti (“Sera in paradiso”) [4], che forse non hanno la formidabile forza narrativa della raccolta precedente (“La donna che scriveva racconti”) ma che ci descrivono esperienze di cui non si parla o di cui si parla troppo poco, con riferimenti costanti alla sua vita spesso difficile.

“È stata assassinata, brutalmente, la testa sfondata con un corpo contundente. Un’amante che aveva frequentato aveva minacciato più volte di ucciderla… Sapete com’è quando un’amica è innamorata. Bè, direi che sto parlando alle donne, donne forti, donne più grandi (Sara aveva sessant’anni)… Quando Sara si mise a piroettare nella mia cucina e ridendo disse: “Sono innamorata. Ci credi?” fui contenta per lei. Lo fummo tutti. Leon era attraente. Educato, sexy, elegante nel parlare. La rendeva felice. Lo perdonavamo sempre, come faceva lei. Appuntamenti mancati, parole scortesi, menefreghismo, uno schiaffo. Volevamo che andasse tutto bene. Volevamo ancora credere nell’amore”

Vite indegne di essere vissute e dittature

Christa Wolf è una delle più importanti scrittrici tedesche del secolo scorso. Nel suo romanzo “Trama d’infanzia” [5], pubblicato negli anni’70 quando la Wolf viveva nella Repubblica Democratica Tedesca, prima della caduta del muro di Berlino, racconta la storia della sua vita, in particolare della sua infanzia e della guerra. Christa Wolf era nata nel 1929 in una città oggi polacca, ma all’epoca nel territorio della Germania; in questo romanzo, ci racconta una parte della sua vita, da quando bambina partecipava convintamente, come moltissime altre sue compagne di allora, alle attività della gioventù nazista, fino alla tragedia della guerra e dell’immediato dopoguerra. È una narrazione nella quale i ricordi hanno un ruolo fondamentale, perché, come scrive l’Autrice nelle prime righe del romanzo, “Il passato non è mai morto; non è nemmeno passato. Ce ne stacchiamo come fosse estraneo.” In alcune delle pagine più coinvolgenti di questo racconto, vengono ricordate le pratiche eutanasiche che il regime nazista praticava nei confronti di persone le cui vite, secondo la mostruosa ideologia di quel tempo, non erano degne di essere vissute e di come quel regime ne facesse addirittura uno strumento di propaganda, anche nelle scuole. 

“Il concetto di “vita indegna di essere vissuta” le era noto, come era noto a chiunque, lo si apprendeva a scuola, lo si leggeva sul giornale… La signorina Blumel, la bionda insegnante di biologia… stabiliva paragoni tra la vita di uccelli, mammiferi, pesci e piante – dove la natura nella sua saggezza curava che il debole venisse eliminato per non pregiudicare la specie – e la vita di quegli esseri umani.

“La Società di Pubblica Utilità per il trasporto dei malati s.r.l., che si curava del “trasferimento” delle vittime e dietro i cui autobus coi finestrini coperti da tendine i bambini di Hadamar in Assia per esempio –un luogo nei cui paraggi si trovava una “casa di cura” con un impianto per gasare i malati – gridavano: ecco che ne gasano degli altri!” 

Com’è stato possibile tutto ciò? Come è stato possibile accettare quegli orrori senza far nulla? Christa Wolf ce lo ricorda in un’altra pagina del suo romanzo:

“Che cosa rende gli esseri umani capaci di vivere sotto le dittature: il fatto di poter imparare a confinare la propria curiosità in territori non pericolosi?” 

Antonio Scurati, nel suo straordinario libro “M. Il figlio del secolo”  [6] che racconta l’ascesa al potere di Benito Mussolini negli anni 1918-1924 e che consiglio davvero a tutti di leggere, afferma concetti analoghi seppure con parole diverse:

“Si commette sempre l’errore di attendersi la catastrofe dall’avvenire, poi una mattina ci si sveglia con un senso di soffocamento che ci preme sul petto, ci si volta indietro e si scopre che la fine è alle nostre spalle, la piccola apocalisse è già avvenuta e noi non ce ne siamo nemmeno accorti”

La paura di un morire senza fine

Daniel Mendelshon è uno scrittore americano di origine ebraica, studioso e docente di lettere classiche in una grande Università americana. Nel suo racconto pubblicato recentemente, “Un’odissea. Un padre, un figlio e un poema epico.” [7], Mendelshon ci racconta l’esperienza di una crociera fatta insieme al vecchio padre che ripercorre i luoghi e i miti descritti da Omero nell’Odissea: un viaggio che servirà ad entrambi per rafforzare un rapporto personale e per scoprire nuovi interessi comuni. In una delle pagine del romanzo, il padre ricorda con tristezza e paura per il proprio futuro, attraverso il racconto del figlio, la morte della madre, malata di M. di Alzheimer.

“La mente vuota e il corpo devastato… sembra già un fantasma, pesa trentacinque chili, come se fosse di carta. Non c’è niente da stringere. Di fatto era stata la tremenda morte della nonna a ispirargli una delle tante frasi per cui lo prendevamo in giro: non lasciate che io diventi così! Staccate la spina e poi andate a farvi un giro di birre!”

“La vita davanti a sé”  [8] è un romanzo scritto da Romain Gary, eroe di guerra e diplomatico francese, sotto lo pseudonimo di Emile Ajar, come si scoprì alcuni mesi dopo il suo suicidio nel 1980. Questo romanzo, davvero interessante ed originale anche per il linguaggio che viene utilizzato, racconta la storia di Momò, un giovanissimo arabo “figlio di nessuno” che vive in una banlieu francese e che viene salvato e cresciuto da una vecchia prostituta ebrea, ex tenutaria di un bordello, che ha superato attraverso mille avventure il periodo dell’occupazione tedesca della Francia ed è sopravvissuta allo sterminio degli ebrei.

Quando diventa sempre più debole e dipendente dagli altri, lei si rivolge con queste parole a Momò:

“Mi faranno vivere per forza, Momò, Fanno sempre così negli ospedali, hanno delle leggi apposta. Io non voglio vivere più del necessario e ormai non è più necessario. C’è un limite anche per gli ebrei. Mi faranno subire delle sevizie per impedirmi di morire, hanno una faccenda che si chiama l’Ordine dei medici che è fatta apposta per questo. Ti fanno sbavare fino alla fine e non ti vogliono concedere il diritto di morire, per non creare dei privilegiati. Io avevo un amico che non era nemmeno ebreo ma che non aveva né braccia né gambe per colpa di un incidente, e lo hanno fatto soffrire ancora dieci anni all’ospedale per studiare la sua circolazione. Momò, io non voglio vivere solamente perché lo pretende la medicina. So che sto perdendo la testa e non voglio vivere degli anni in coma per far onore alla medicina.”

La solitudine e la vecchiaia

Kent Haruf è uno straordinario scrittore americano, uno di quelli che a mio parere non si può non leggere. Recentemente è stato pubblicato in italiano il primo dei suoi racconti in ordine di tempo, “Vincoli” [9], a cui ha fatto seguito la “Trilogia della pianura”. In una delle pagine più emozionati di questo libro, il narratore racconta la solitudine di una delle protagoniste del racconto, ambientato come tutti i suoi romanzi nella “mitica” (nel senso che non esiste) Contea di Holt, in Colorado

“Era completamente sola… quindi non era sola per un pomeriggio o per un mese, lo era un anno dopo l’altro, costantemente, e non aveva alcun motivo di credere che le cose sarebbero mai cambiate di una virgola. Se fosse capitato a te, sapresti che vivere così, da solo, facendo da mangiare tre volte al giorno per una persona sola, ascoltando di continuo la radio semplicemente per sentire una voce in casa… perché l’alternativa è alzarsi nel silenzio e andare a dormire nel silenzio.”

Ancora Christa Wolf, nel romanzo già citato in precedenza [5], ci racconta la fine delle persone anziane nella città tedesca dove lei e la sua famiglia vivevano nell’immediato dopoguerra: 

“Per i vecchi – coloro che da anni bofonchiavano sulla morte per sentire le proteste dei più giovani – fu tempo di tacere; giacché quel che veniva adesso era la loro morte, lo capirono subito, invecchiarono di anni, poi morirono, non uno dopo l’altro e per cause diverse, ma tutti in una volta e per un’unica causa, la si chiamasse tifo o fame o molto semplicemente nostalgia, che è un pretesto estremamente plausibile per morire. Ma la vera causa della loro morte fu: erano diventati completamente superflui, un fardello per gli altri” 

Emile Maugin è il protagonista di “Le persiane verdi” [10], uno dei romanzi più belli di Georges Simenon che ho letto di recente. Maugin è un famoso attore, protagonista di tanti eccessi sia nella vita personale che professionale, prepotente e cinico, che però, quando si avvicina la fine…

“A terrorizzarlo era l’idea di morire da solo, per esempio in macchina, per la strada, oppure in un caffè, o in barca con Joseph, con la villa in vista eppure irraggiungibile. Nel leggere i giornali adesso evitava certe pagine, temendo di imbattersi nella notizia di un morte improvvisa” 

A proposito di consenso informato…

“Lonesome Dove”  [11] è un grande romanzo, un libro di culto per gli appassionati del genere, che racconta la vita nel “vecchio selvaggio West” degli Stati Uniti. Una magnifica storia popolata di mandriani, eroi, pellerossa, prostitute, con due grandi protagonisti, Augustus McCrae e Woodrow Call. Dopo una serie infinita di avventure, Augustus, che ha entrambe le gambe in gangrena, viene portato nell’ambulatorio del medico di una piccola città di frontiera. Di seguito, il colloquio che ha come oggetto una scelta decisiva per Augustus, in cui è in gioco la sua sopravvivenza. 

“Sulla porta il Dottor Mobley si voltò – Dobbiamo operare entro oggi. Entro un’ora, a dire il vero, ma avete il tempo di ubriacarvi per bene, se questo vi può aiutare. Ci sono abbastanza uomini per tenervi fermi e credo che vi taglierei la gamba in un quarto d’ora. – Non avrete la mia gamba. Con una gamba sola posso arrangiarmi, ma non senza tutte e due. – Vi assicuro che l’alternativa è lugubre. Perché volete chiudere così?... Voglio solo salvarvi la vita – disse il dottor Mobley e bevve un sorso della prima bottiglia, prima di versare un bicchiere a Augustus – È soprattutto un problema mio. Avete esposto i fatti, ma la giuria è di parere contrario. Giuria di un uomo solo.”

Com’era la morte in ospedale…

Tanti sono i romanzi e i racconti che in qualche pagina ci raccontano come si veniva curati nei grandi ospedali quando la morte era vicina (e come forse, talvolta, accade ancora oggi).

Georges Simenon, in un altro dei suoi meravigliosi romanzi dai quali è difficile distaccarsi, “Il Treno” [12], racconta la storia di un amore appassionato nato durante le fasi concitate della occupazione tedesca del Nord della Francia fra un “uomo qualunque”, senza apparenti ambizioni e una vita tranquilla, e una giovane ebrea in fuga dallo sterminio nazista. Nella loro fuga vissuta in treno, i protagonisti del romanzo vivono diverse esperienze; in una pagina del romanzo Simenon ci descrive come i malati di tubercolosi morivano nei sanatori

“Al sanatorio, dove non di rado c’erano dei morti, si evitava di farceli vedere. Le infermiere cominciavano per tempo, venivano a prendere il malato nel letto, spesso nel cuore della notte. Noi sapevamo che cosa voleva dire… C’era una camera speciale per morire e un’altra, nel seminterrato, dove si custodiva il corpo finché la famiglia con lo reclamava o finché non veniva sepolto nel piccolo cimitero del paese.”

Thomas Bernhard è uno dei più famosi autori europei del secolo scorso. I suoi libri non sono sempre semplici da leggere; “Il respiro”  [13] è davvero duro e spietato in molti suoi passaggi, ma è un libro che consiglio per capire il significato di una “cattiva qualità della morte”. Quella che viene raccontata è una esperienza personale: Bernhard, ancora molto giovane, era stato ricoverato nell’immediato dopoguerra per una grave forma di tubercolosi polmonare in un grande ospedale vicino Vienna. Delle persone ricoverate che lui incontra e descrive nel romanzo lui sarà l’unico sopravvissuto.

“Senza che fino a quel momento avessi potuto vedere la cosa di persona, ero stato cosciente del fatto che in quella camerata venivano ricoverati soltanto quei pazienti dei quali non ci si aspettava nient’altro se non che morissero… Era la cosiddetta “stanza dei vecchi”, la stanza in cui venivano portati a morire gli uomini anziani… da me definita, in cuor mio, trapassatoio.”

“tutti i pazienti, senza eccezione, erano attaccati a delle flebo… vitrei acceleratori di morte, che dovevano documentare e rappresentare, in modo teatrale, la volontà di farli guarire, mentre in realtà non erano altro che i vitrei segni della sopraggiunta fine della loro vita”.

“I medici durante la visita si erano in realtà occupati soltanto di me, gli altri non interessavano più, riguardo agli altri non c’era più stata alcuna discussione… io non ero morto, ero rimasto, giacevo lì, un caso eccezionale che non poteva non attrarre la loro attenzione.”

Termino questo mio breve contributo con una riflessione su quanto sia stato importante per la mia avventura personale e professionale, e quanto lo sia tuttora, leggere romanzi, saggi, racconti: sempre ho trovato stimoli che mi hanno aiutato a comprendere meglio alcune situazioni, a non dare mai nulla per scontato e a cercare sempre nuove strade.

 “La pazzia consiste nell’ostinarsi a compiere sempre la medesima azione con la speranza di ottenere un risultato diverso” (Brian Panowich “Bull Mountain”)  [14]

“Vivere nella certezza assoluta è noioso e condanna a una esistenza sola, a una esistenza reale che coincide con quella immaginaria.” (Javier Marias “Berta Isla”)  [15]

Bibliografia References

[1] Giulio Guidorizzi “Ulisse, l’ultimo degli eroi” Ed. Einaudi, 2018

[2] Matteo Nucci “L’abisso di Eros” Ed. Ponte alle Grazie, 2018

[3] Andrea Marcolongo “La misura eroica: il mito degli Argonauti e il coraggio che spinge gli uomini ad amare” Ed. Mondadori, 2018

[4] Lucia Berlin “Sera in paradiso” Ed. Bollati Boringhieri, 2018

[5] Christa Wolf “Trama d’infanzia” Ed. E/O, 1994

[6] Antonio Scurati “M. Il figlio del secolo” Ed. Bompiani, 2018

[7] Daniel Mendelshon “Un’odissea. Un padre, un figlio e un poema epico” Ed. Einaudi, 2018

[8] Romain Gary “Una vita davanti a sé” Ed. Neri Pozza, 2009

[9] Kent Haruf “Vincoli” Ed. NNE, 2018

[10] Georges Simenon “Le persiane verdi” Ed. Adelphi, 2018

[11] Larry McMurtry “Lonesome Dove” Ed. Einaudi, 2017

[12] Georges Simenon “Il treno” Ed. Adelphi, 2008

[13] Thomas Bernhard “Il respiro” Ed. Adelphi, 1989

[14] Brian Panowich “Bull Mountain” Ed. NNE, 2017

[15] Javier Marias “Berta Isla” Ed. Einaudi, 2018

Il Pensiero Scientifico Editore
Riproduzione e diritti riservati  |   ISSN online: 1972-6481